domenica 18 ottobre 2015

Stockholm, Pennsylvania

Di certo questo è un film che da molto a cui pensare. Viviamo assieme a Leia, nome datole dal rapitore, (sì, si chiama come la principessa di Star Wars) tutta la sua storia, percependo i fatti della vita attraverso i suoi occhi e il suo cuore, provando gli stessi sentimenti e le stesse paure. La realtà in cui ha vissuto, rapita all'età di tre anni, in cui il suo rapitore diventa la sua unica certezza e l'approccio con la sua vera famiglia una volta cresciuta e ritrovata, che diventa una scomodità da cui fuggire, in cerca di una propria realtà di amore da dare e ricevere. Il bisogno di sentirsi scelta e amata, la colpa assegnata alla madre della mancanza di controllo che causa il rapimento. Cose che non si possono dimenticare e che non si riescono a perdonare, poiché ben radicate nella subconscio. Sentire il bisogno delle stesse attenzioni ricevute nella sua infanzia, voler essere trattata come da bambina, alla ricerca del suo modo di vivere, quello a cui era abituata, spingeranno la mamma a trattarla come se fosse il suo nuovo aguzzino. Ma alla fine la vittima diventerà carnefice e per esorcizzare quello ha vissuto farà la stessa cosa, seguendo lo stesso schema, nella stessa modalità, senza mai odiare colui che per lei è stato un padre/sequestratore, ma cercandolo e amandolo ancor di più per averle dato quell'amore che la faceva sentire importante. Essere stata scelta, lì... proprio lei, non un'altra bambina, ma lei... non c'è ai suoi occhi la tragedia del rapimento, ma solo quel senso di protezione che le viene dall'atteggiamento sereno e confortante di Ben.

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